Pedagogia del Bello®: visioni di Futures LiteracAI
Un contributo di Mario Cusmai al Convegno “Futuro chiuso/Futuri aperti” dell’Italian Institute for the Future per esplorare come la Pedagogia del Bello® possa dialogare con i Futures Studies, l’Intelligenza Artificiale e l’educazione al pensiero anticipatorio. Un percorso tra immaginazione, meraviglia e speranza per coltivare la capacità di disegnare futuri desiderabili. Intervento a cura di Mario Cusmai, educatore e formatore, promuove pratiche di apprendimento ispirate alla Pedagogia del Bello® e ai Futures Studies.
Su iniziativa dell’Italian institute for the future tre giorni di dibattiti sulla previsione strategica. Oltre 100 interventi organizzati in venti panel e diversi workshop hanno animato i tre giorni del Convegno di Futures studies 2025 “Futuro chiuso/Futuri aperti”, l’appuntamento annuale dell’Italian institute for the future (Iif), think-tank attivo dal 2013 nell’ambito dei Futures Studies e della previsione sociale. L’evento si è aperto giovedì 25 settembre con la lectio inaugurale di Wendy Schultz, decana degli studi sul futuro e ideatrice del metodo Mānoa, progettato per generare una “libreria” di futuri alternativi in cui testare e analizzare potenziali criticità. A seguire, una serie di interventi dedicati al ruolo delle donne nei Futures Studies. In serata, a Palazzo Venezia a Napoli, si è tenuta una tavola rotonda dedicata al ruolo crescente svolto dalla previsione sociale nelle istituzioni e nel comparto imprenditoriale nazionale. Tra i partecipanti Luca Miggiano, senior expert ASviS e responsabile di Ecosistema Futuro, la partnership con cui l’Alleanza intende portare i futuri al centro del dibattito del Paese: “A volte, leggendo le notizie di attualità, potremmo essere tentati dal credere che i problemi del mondo come i conflitti, la crisi del dialogo o le diseguaglianze siano inevitabili. E invece no: è sempre possibile disegnare un futuro diverso, capace di garantire benessere per tutte e per tutti in equilibrio con il pianeta. Gli studi di futuro ci aiutano a liberare l’immaginazione, guardare al lungo termine e prendere decisioni migliori oggi”
Venerdì 26 e sabato 27 i lavori si sono spostati nella cornice di Villa Capodimonte con un fitto programma di interventi. Tra i temi più rilevanti quest’anno, il ruolo degli studi sul futuro per l’educazione e la formazione, l’intelligenza artificiale nel foresight, l’epistemologia dei Futures Studies, l’applicazione delle metodologie di anticipazione nel contesto aziendale. Una sessione speciale, nell’ambito dell’International Moon Day, è stata dedicata al decennale del Center for Near Space dell’IIF, con un dibattito in diretta streaming sul futuro dell’umanità nello spazio[1].
Tra i molteplici contributi, l’intervento che ho presentato all’interno del panel dedicato alle prospettive della Futures Literacy ha preso avvio dall’esplorazione, uno dei principi compresi nel Manifesto della Pedagogia del Bello®, l’approccio educativo che promuove l’apprendimento attraverso la bellezza, intesa come esperienza trasformativa capace di risvegliare il potenziale umano e di creare connessioni autentiche, per proporre un percorso narrativo interdisciplinare e mettere in relazione la Futures Literacy (FL) con l’AI Literacy. La bellezza nasce da una domanda (Morelli 2010), come le domande legittime che affiorano in un processo didattico e nella curiosità che sollecita la capacità di immaginare ed esplorare i futuri. Questo principio inserito nel Manifesto presenta una coerenza intrinseca con il ‘gioco esplorativo’ dei futuri, sollecitando immaginazione e meraviglia; è nostro dovere pedagogico scrutare con una sorta di lente di ingrandimento non solo le emozioni che accompagnano i futuri in quando forma culturale, ma anche le sensazioni che contribuiscono a produrre: meraviglia, vertigine, entusiasmo, ‘disorientamento spaesante’ (Appadurai 2013). In un’era turbolenta come quella attuale, sensazioni di angoscia e di disagio esistenziale hanno affievolito e quasi spento il nostro ‘spirito utopistico’, una facoltà umana fondamentale che consiste nel ‘potere’ di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, facendo scaturire colori e forme, e di pensare per immagini. L’esperienza di chi esplora assomiglia a quella del bricoleur, figura archetipica, e richiama la capacità di raccogliere e ricomporre elementi per immaginare e plasmare un design che genera rinnovate soluzioni operative, come viene rappresentato nella suggestiva metafora espressa da Claude Levi
Strauss (1962) in La pensée sauvage:
«Colui che cammina nella foresta e riempie lo zaino di piccoli oggetti raccolti durante il percorso. Alla sera svuota il contenuto e osserva le combinazioni di oggetti nate casualmente nella caduta».
La postura esplorativa la ritroviamo anche in una delle Playsonality formalizzate da Stuart Brown, studioso americano fondatore del National Institute for Play. Dopo questa prima parte introduttiva, l’intervento ha dato conto di due contesti educativi e formativi in cui cominciano a germogliare semi di futuro.
La missione della Fondazione creata da Generali è sprigionare il potenziale delle persone che vivono in condizioni di vulnerabilità affinché possano migliorare le condizioni di vita delle loro famiglie e comunità. I programmi sostengono le famiglie vulnerabili con figli piccoli (0-6 anni) e l’integrazione dei rifugiati attraverso il lavoro e l’imprenditorialità. Uno spazio organizzato in quattro aree diverse, interconnesse e sinergiche. La mostra interattiva A World of Potential rende i visitatori protagonisti e condivide un messaggio che è al centro della missione di The Human Safety Net: l’importanza di essere consapevoli del proprio potenziale e del diritto che tutti abbiamo di esprimerlo e svilupparlo. L’Hub è un luogo di co-working per la creazione di nuove idee e progetti che abbiano al centro le tematiche dell’inclusione sociale. La Hall, auditorium all’avanguardia, è uno spazio stimolante per incontri e dialoghi. Il Cafè, adiacente alla mostra, è un luogo di ristoro e di riflessione condivisa.
Le proposte laboratoriali per l’anno scolastico 2025/2026 si articolano intorno a percorsi esplorativi utili a intercettare alcuni primi semi di Futures Literacy. Come la seminatrice del Museo d’Orsay con il suo gesto in cui accompagna idee di futuri e le affida al vento che si alza; come i semi di un soffione, metafora delle prassi educative della Pedagogia del Bello®, portati dal vento, si spargono lontano per dare vita a nuove piante.
Inoltre, sono in calendario, un ciclo di attività per studenti universitari e giovani changemakers e, nella prossima primavera, è in programma un’iniziativa di formazione articolata in più incontri rivolta agli insegnanti.
Percorsi esperienziali realizzati attraverso il gioco in un ambiente protetto in cui è possibile costruire attitudini e competenze per la vita, come la FL:
“Ripenso all’infanzia e agli anni di gioco senza fine, quando avevo infinite ore da riempire e l’unica priorità era divertirmi. Il tempo dedicato al gioco era produttivo, anche se – da bambina – non lo sapevo. I giochi a cui giocavo, oltre a farmi passare delle ore indimenticabili, stavano dando vita alla me di oggi. Costruire le mie case all’ombra del sambuco, inventare modi sempre nuovi per arrampicarmi sull’albero di fico, giocare a nascondino nel campo di girasoli, erano esercizi di intraprendenza, pianificazione, strategia, progettazione, presa di decisioni, creatività e assunzione di rischi” (Lucia Berdini)
Dipartimento di Scienze della Formazione, Università degli Studi RomaTre
Nell’ambito dell’insegnamento di Letteratura Italiana e didattica della lettura, venerdì 12 dicembre si svolgerà un Laboratorio di Futures LiteracAI rivolto a circa 130 studentesse e studenti al quinto anno di Scienze della Formazione Primaria.
‘La Futures literacAI’ rappresenta un gioco di parole che rimanda all’Intelligenza Artificiale, perché introdurre la dimensione dei futuri, e la loro alfabetizzazione, in un curriculum di valore fondato sulla pedagogia del presente deve tener conto di un utilizzo algoretico (Benanti 2018) ed ecologico delle tecnologie emergenti finalizzato a valorizzare ‘l’era della creatività assistita’, l’immaginazione e il pensiero critico, caratteristiche queste ultime tipicamente umane.
una collaborazione vertiginosa (FL e AI) che può contribuire a generare l’inaspettato. Come la ricerca della vertigine che ispira già i giochi infantili del girotondo, dell’altalena, delle giostre e che nel nostro rapporto con l’Intelligenza Artificiale generativa può disorientarci e farci perdere la nozione della nostra coscienza e della nostra volontà.
L’accostamento all’AI in forma di gioco è probabilmente il più sano: giocando sperimentiamo le possibilità della nostra interazione e lo facciamo mantenendoci su un piano di realtà separato, operando quindi con un certo distacco. È per questo che, quando si ha a che fare con un oggetto senza sapere a che serva, cominciare a giocarci è una buona politica.
Il gioco infantile come per le bolle di sapone, un gioco a somma zero legato all’improvvisazione, alla concentrazione (alla serietà) e alla capacità di giocare senza vincoli: come in un gioco infinito, secondo la distinzione di Simon Sinek (2019) tra giochi finiti e infiniti. I giochi più belli sono quelli basati unicamente sull’esultanza ripetuta dei gesti, giochi in cui non si vince niente a parte il niente inteso come invito a crearne di nuovo e la ricorsività si trasforma in elemento che scandisce un giocoso ritmo (Zaoui 2025).
Nel giro di un istante, si passa dall’acqua informe sul fondo di una ciotola alla perfezione della sfera modellata dalla legge della fisica delle materie molli e a un prodigioso gioco di colori, prodotto unicamente dalle leggi dell’ottica e dell’iridescenza della luce. E troviamo anche un po’ di vertigine quando, con il loro turbinio, le bolle trasformano un normale paesaggio in un mondo incantato. In queste bolle di sapone, sigillo dell’infanzia, si formano “mondi nuovi” in un presente senza passato rivolto esclusivamente verso il futuro.
La bolla di sapone designa una temporalità più spessa (il thick present, il “presente denso” o “presente spesso” proposto da Poli, 2011) che per più di un istante modella ogni maniera di concepire e abitare i mondi: un tempo in sospeso e scardinato.
La leggerezza della bolla di sapone che fluttua accompagnata dal vento: leggerezza come una delle Lezioni Americane proposte da Italo Calvino oltre 40 anni fa.
Un’altra delle lezioni è dedicata alla rapidità, in cui lo scrittore italiano richiama la locuzione latina Festina Lente, affrettati lentamente, raccontando la storia di Chuang-Tzu per ricordare di trovare un equilibrio tra la velocità dell’azione e la lentezza del pensiero e per riconnettere l’unità dell’umano comprendendo anche il nostro sentire: noi abbiamo e siamo un corpo (Gallese, Morelli 2024)
“Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno di un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con 12 servitori. Dopo cinque anni, il disegno non era ancora cominciato. “Ho bisogno di altri cinque anni” disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto”
Ma Calvino dedica, in qualche modo, una lezione anche all’esplorazione di futuri plurimi con la molteplicità, facendo riferimento a Il giardino dei sentieri che si biforcano: il saggio di Jeorge Luis Borges più vertiginoso sul tempo. L’idea centrale del racconto: un tempo plurimo e ramificato in cui ogni presente si biforca in due futuri, in modo di formare una rete crescente e vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli.
Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi (e mondi) possibili.
Come possiamo rimettere al centro la capacità di immaginare futuri desiderabili, accessibili, collettivi per orientare ciò che facciamo oggi? Parlare di speranza è un atto politico, creativo, necessario. Lo ricorda Sarah Housley nel suo libro Designing Hope: Visions to Shape Our Future.
Serve riscoprire il coraggio di sognare in grande, senza dimenticare la complessità che ci circonda. Sapendo che la speranza non è un rifugio naïf, ma un dispositivo critico che ci permette di costruire alternative. Che ci invita a non accontentarci delle narrazioni preconfezionate, e ad aprire spazio a storie nuove, radicali, inclusive. L’obiettivo ambizioso consiste nel non lasciarci paralizzare dal presente, ma trasformarlo in laboratorio di possibilità. Perché il futuro non esiste già scritto da qualche parte: è un campo aperto, e dipende anche da come lo sappiamo immaginare insieme. Forse, per ripartire, serve proprio questo: tornare a disegnare speranza, impedendo che la rassegnazione prenda il sopravvento.
In occasione del panel, ho indossato la t-shirt di flop, il podcast ideato da ‘Namo, l’APS creata da Valerio Marri per ricordare che senza flop, errori e fallimenti, non esiste apprendimento e senza apprendimento come può fare a prendere vita la possibilità di futuri plurimi? In chiusura, come spunto di riflessione, propongo alcune righe finali del testo di una lezione tenuta da Gregory Bateson nel 1959 a un nutrito gruppo di psichiatri a Chicago, e che poi fù pubblicato con il titolo “What Is Man”.
“Vorrei concludere con un monito: noi, scienziati sociali, faremmo bene a tenere a freno la nostra fretta di controllare un mondo che comprendiamo così imperfettamente. Non dovremmo consentire all’imperfezione della nostra comprensione di alimentare la nostra ansia e di aumentare così il bisogno di controllo. I nostri studi potrebbero piuttosto ispirarsi a una motivazione più antica, anche se oggi appare meno rispettabile: la curiosità per il mondo di cui facciamo parte. La ricompensa per questo lavoro non è il potere ma la bellezza. È ben strano che tutti i grandi progressi scientifici – non ultimi quelli che dobbiamo a Newton – siano avvenuti sotto il segno dell’eleganza.”
Per visualizzare la presentazione prezi condivisa durante il contributo, cliccare QUI
[1] Fonte: https://futuranetwork.eu/news/534-5916/dallai-nel-foresight-alleducazione-ai-futuri-il-convegno-di-napoli-sui-futures-studies.
Mario Cusmai
Educatore, formatore e ricercatore nell’ambito della pedagogia e dei Futures Studies. Promuove pratiche di apprendimento ispirate alla Pedagogia del Bello®, con particolare attenzione ai temi della Futures Literacy, dell’immaginazione sociale e del ruolo dell’intelligenza artificiale nei processi educativi. Attivo nel dibattito nazionale e internazionale sull’innovazione formativa, collabora con istituzioni accademiche e organizzazioni impegnate nella costruzione di futuri desiderabili.
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